Sos carcere
Valentina Stella La Chiave di Sofia giugno ottobre 2025
Nel 2014 ebbi l’opportunità di intervistare nell’istituto di
pena romano di Regina Coeli il detenuto Giuseppe Rampello, vincitore nell’anno
precedente del concorso letterario “Racconti dal carcere”, dedicato alla
scrittrice Goliarda Sapienza. Durante la nostra lunga chiacchierata mi disse: “Il
carcere è come una cantina dove viene messo ciò che non serve, è il posto di
cui la società continua a dimenticarsi. Nelle cantine delle nostre case
riponiamo gli oggetti che non ci servono più, qui abbandoniamo le persone di
cui non vogliamo sapere nulla. Quello che succede al di là del muro non
interessa a nessuno”[1]. Aveva perfettamente ragione: il tema
dell’esecuzione della pena vive nell'indifferenza o ignoranza collettiva e,
fatta qualche eccezione, anche la politica non riesce ad occuparsene come
Costituzione vorrebbe (Art. 27: “Le pene non possono consistere in
trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del
condannato”). La questione rimane circoscritta in una nicchia culturale di
addetti ai lavori o tra realtà che si spendono per il rispetto dei diritti
umani dei reclusi. Tuttavia, come mi raccontò in un’altra intervista il giudice
costituzionale Francesco Viganò, “non si può continuare a pensare al carcere
come un luogo in cui si spediscono gli autori di reato per farli sparire per un
po’ dalla circolazione, pensando così di proteggere efficacemente la società.
Perché quelle persone, prima o poi, usciranno e ricominceranno a minacciare la
società attraverso i loro reati. Per spezzare il circolo, occorrerebbe credere
molto di più nel grande progetto di rieducazione disegnato dalla Costituzione:
immaginando e realizzando carceri non solo provviste dei servizi igienici
indispensabili, ma in generale più rispettose della dignità umana di ogni
detenuto e capaci di offrire percorsi reali di cambiamento”[2].
Anche per questo è importante sapere cosa accade tra quelle mura, conoscere chi
è rinchiuso dietro le sbarre – molto spesso poveri, stranieri, poco istruiti, emarginati,
senza un domicilio dove poter scontare alternativamente la pena -, capire quali
conseguenze possano esserci nel tenere uomini e donne imprigionati in certe
condizioni. Come vogliamo che ritornino in società? Incattiviti per aver
vissuto in circostanze indegne o speranzosi in un futuro migliore? Dipende da
noi e dalle nostre scelte di politica giudiziaria e penitenziaria. Ci aiutano nelle nostre decisioni i dati
statistici: in Italia la recidiva degli ex detenuti è record – sette su dieci
tornano a delinquere – ma la percentuale precipita all’uno per cento per
l’esigua minoranza di chi in carcere ha potuto lavorare o studiare. Ma quali le
condizioni in cui (soprav)vivono i detenuti? Il sociologo dei fenomeni
politici, Luigi Manconi, in un articolo di Repubblica descrisse il “paradigma
del bidet”: “come è possibile che, nell'anno di grazia 2022, nemmeno nelle
sezioni femminili delle prigioni italiane vi sia quell'indispensabile
apparecchio igienico? Se volessimo immaginare, noi liberi, che cosa sia davvero
la reclusione, per bruttura e ignominia, pensiamo a una intera vita senza
bidet. E - per una buona parte delle celle del sistema penitenziario - con
cesso alla turca e, in genere, esposto alla vista”[3].
Le nostre carceri, in generale, non sono affatto degli hotel a cinque stelle
come molti vogliono farci credere descrivendole con i soliti slogan quali, ad
esempio, “Dentro si vive meglio che fuori, bella vita: vitto e alloggio gratis
e tutto il giorno davanti alla tv”[4].
Nel momento in cui scriviamo, ossia il 3 maggio 2025,
secondo i dati ufficiali del Ministero della Giustizia in carcere sono
ospitati 62.281 detenuti, mentre la capienza regolamentare è pari a 51.283 posti.
Ciò significa che il tasso di sovraffollamento è di circa il 122 per cento.
In pratica in una cella da tre persone, possono starcene anche sei. Non finisce
qui: letto e gabinetto spesso sono vicini, in questo spazio così ristretto le
persone detenute ricavano anche il posto per creare “con metodi molto
fantasiosi una specie di cucina, con il fornelletto a gas e le pentole
attaccate a delle cordicelle che pendono dal muro. Nelle stanze non ci sono i
frigoriferi, e spesso non ci sono nemmeno le prese della corrente! Questo vuol
dire che quando fa molto caldo o molto freddo, non puoi avere nemmeno un
ventilatore o una stufetta, e d’estate a volte i rubinetti dei lavandini delle
stanze rimangono aperti per cercare di rinfrescare le bottiglie dell’acqua da
bere (può succedere infatti che in carcere non ci sia acqua potabile)”[5].
È davvero questo che ci auguriamo per le persone che sì hanno
commesso uno sbaglio ma che hanno diritto comunque ad una seconda possibilità?
Che nel momento in cui entrano in quel carcere si lasciano il reato alle spalle
e cominciano un percorso di cambiamento? La domanda non è oziosa, se solo
pensiamo che un sondaggio di Swg condotto nel 2024 ha rilevato che il 31% degli
italiani rivorrebbe la pena di morte[6].
E non dimentichiamo che tra quegli oltre 62 mila detenuti ce ne sono 9.271 in
attesa di primo giudizio e 5.788 condannati non ancora definitivi. Insomma,
presunti innocenti. A questi dati, va purtroppo aggiunto quello drammatico dei
suicidi dei detenuti: dall’inizio del 2025 siamo
arrivati già a 30, senza contare quelli che tentano il suicidio in carcere ma
muoiono in ospedale[7].
A vivere male il carcere poi ci sono anche gli agenti di polizia penitenziaria
costretti ad operare in luoghi
di lavoro insalubri e pericolosi, con turni e carichi di lavoro massacranti e con
18 mila loro colleghi mancanti[8].
Davanti a tutto questo cosa fa la politica? Nulla. Il Governo di centro-destra
di Giorgia Meloni che ha scelto Carlo Nordio come ministro della Giustizia
punta semplicemente a costruire nuove carceri che forse saranno pronte nella
prossima legislatura. Si è detto no alla liberazione anticipata speciale
(aumentare da 45 a 60 giorni lo
sconto concesso per ogni semestre di pena scontato ai fini della liberazione
anticipata), all’indulto e all’amnistia in nome della certezza della pena fino
all’ultimo giorno della condanna da scontare. Eppure il presidente della
Repubblica nel suo discorso di fine anno aveva lanciato un appello: “Rispetto
della dignità di ogni persona, dei suoi diritti. Anche per chi si trova in
carcere. L’alto numero di suicidi è indice di condizioni inammissibili. Abbiamo
il dovere di osservare la Costituzione che indica norme imprescindibili sulla
detenzione in carcere. Il sovraffollamento vi contrasta e rende inaccettabili
anche le condizioni di lavoro del personale penitenziario. I detenuti devono
potere respirare un’aria diversa da quella che li ha condotti alla illegalità e
al crimine. Su questo sono impegnati generosi operatori, che meritano di essere
sostenuti”[9]. Al
contrario, dinanzi alla realtà e alla tragicità delle carceri il Guardasigilli
continua a ripetere che siano dinanzi ad “un fardello di dolore”. Stop.
Ad essere onesti anche la sinistra porta con sé la responsabilità di non aver
fatto approvare, per timore elettorale nel 2018, tutto il grande lavoro degli
Stati generali sull'esecuzione penale, atto a contrastare il sovraffollamento
carcerario e la recidiva dei reati con l’incentivazione alle misure
alternative. Insomma, nessuno è immune da colpe. E adesso, allora, che fare?
Cominciare con il ricordare che nella Genesi c’è scritto: “Il Signore pose
su Caino un segno perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato”. La
giustizia, come ricorda l’associazione radicale Nessuno Tocchi Caino, non è
vendetta, non è occhio per occhio, non è tortura, non è trattare i detenuti in
modo inumano e degradante. È rinascita.
[1] Cronache
del Garantista, 9 settembre 2014
[2] Il
Dubbio News, 20 giugno 2022
[3]
Repubblica.it, 4 gennaio 2022
[4] “Vendetta
pubblica Il carcere in Italia” di Marcello Bortolato ed Edoardo Vigna (Editori
Laterza 2020)
[5] “Il
carcere è un mondo di carta” di Valentina Calderone e Marica Fantauzzi (Momo
Edizioni)
[6] https://www.swg.it/pa/attachment/65d4784c0cf6c/Radar_12%20-%2018%20febbraio%202024.pdf
[7] Report
del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, 9 aprile
2025
[8]
Comunicato UILPA, 19 aprile 2025
[9] https://www.quirinale.it/elementi/123604
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