Il delitto di Garlasco tra fughe di notizie e ricostruzioni romanzesche. Un caso infinito

 Oristano 4 luglio 2025

TITOLO EVENTO: Giustizia e informazione: da Enzo Tortora al caso Garlasco. Il difficile equilibrio fra diritto di cronaca e tutela dei diritti costituzionali confliggenti

TITOLO INTERVENTO: Il delitto di Garlasco tra fughe di notizie e ricostruzioni romanzesche. Un caso infinito

Di Valentina Stella, giornalista del Dubbio e dell’Unità

A me è stato affidato il compito di parlare del caso Garlasco, o meglio del Garlasco bis visto che abbiamo un nuovo indagato, Andrea Sempio. A tutti voi sarà capitato di sentirsi chiedere: “e Garlasco? Cosa ne pensi di Garlasco?”.  Io rispondo banalmente che non so nulla, non conoscendo gli atti di indagine. E che tutto il resto è uno spettacolo inguardabile, un errore che si ripete da decenni. Infatti vorrei partire con un piccolo richiamo a Tortora che ci aiuta a capire quello che sta succedendo anche oggi. Scriveva il 5 maggio 1987 Leonardo Sciascia su El Pais: “Quando l’opinione pubblica appare divisa su un qualche clamoroso caso giudiziario – divisa in innocentisti e colpevolisti – in effetti la divisione non avviene sulla conoscenza degli elementi processuali a carico dell’imputato o a suo favore, ma per impressioni di simpatia o antipatia. Come uno scommettere su una partita di calcio o su una corsa di cavalli. Tortora in questo è un caso esemplare”. Queste parole sono significative di come il nostro Paese faccia da sempre fatica ad accettare un approccio laico e consapevole della giustizia. Anche perché, come ci ripete spesso l’Ocse, nel nostro Paese un terzo degli adulti è in una condizione di analfabetismo funzionale e quasi la metà ha grosse difficoltà nel “problem solving”. Manca la capacità di leggere e comprendere testi scritti e informazioni numeriche, come di raggiungere il proprio obiettivo in una situazione dinamica in cui la soluzione non è immediatamente disponibile. E se, come ha scritto Guido Vitiello sul Foglio, esiste “una collana dell’editore Longanesi contrassegnata dalla fascetta: ‘Contro l’analfabetismo matematico e scientifico in Italia’. Forse è tempo che qualche editore di buona volontà inauguri una nuova collana: ‘Contro l’analfabetismo giuridico in Italia’”. Purtroppo la mancanza di strumenti minimi giuridici per fronteggiare adeguatamente vicende come quella di Garlasco viene colmata da un voyeurismo morboso verso aspetti non rilevanti o letti in maniera sbagliata. In un meccanismo in cui tutti hanno le loro responsabilità: stampa, magistratura, avvocatura, lettori e telespettatori.  Un sintomo di questo approccio è proprio il processo mediatico che prese il via con Enzo Tortora. In “Lettere a Francesca” dove si raccoglie il rapporto epistolare tra Enzo e la sua compagna Francesca Scopelliti c’è un capitolo dedicato agli articoli di giornali più colpevolisti nei confronti del giornalista e conduttore televisivo. “Mi pare che ci siano gli elementi per trovarlo colpevole: non si va ad ammanettare uno nel cuore della notte se non ci sono delle buone ragioni. Il personaggio non mi è mai piaciuto” (Camilla Cederna, La domenica del Corriere); “Tortora non può, non deve diventare un simbolo. Egli è solo uno dei tanti, tantissimi esempi dell’italiano che, sotto la lacrimuccia televisiva, nasconde il suo ardore per il denaro” (Luigi Compagnone, il Secolo XIX) e potremmo continuare per ore. Pure Alberto Stasi fu subito lombrosianamente condannato dalla stampa, come ricordò lo scrittore Alessandro Piperno sul Corsera: “Mi chiedo se Alberto Stasi, frattanto, abbia fatto il callo alle sue mille foto apparse in questi due anni sui giornali. Nel qual caso a quest’ora saprà che non c’è centimetro quadrato del suo corpo né impercettibile dettaglio del suo contegno che non parli di colpevolezza: l’incarnato diafano, la sobrietà dei lineamenti, la sfuggente pudicizia, tutto lo rende l’interprete ideale del ruolo di Stavrogin in una eventuale trasposizione cinematografica de I demoni di Dostoevskij”. Qualcuno potrebbe obiettare ‘beh, avevano ragione, è lui il colpevole”. Ma non si condanna qualcuno per la pelle chiara e lo sguardo di ghiaccio. Il problema allora come oggi è stato sempre quello: indagare e condannare senza le giuste regole del gioco.  A delineare quasi scientificamente le differenze tra processo penale e processo mediatico ci ha pensato il professor Glauco Giostra in un elaborato dal titolo 'Processo penale e mass media': “il processo giurisdizionale ha un luogo deputato, il processo mediatico nessun luogo; l’uno ha un itinerario scandito, l'altro nessun ordine; l'uno un tempo (finisce con il giudicato), l'altro nessun tempo; l’uno è celebrato da un organo professionalmente attrezzato, l’altro può essere ‘officiato’ da chiunque. Ma vi sono anche differenze meno evidenti e più profonde. Il processo giurisdizionale seleziona i dati su cui fondare la decisione; il processo mediatico raccoglie in modo bulimico ogni conoscenza che arrivi ad un microfono o ad una telecamera: non ci sono testi falsi, non ci sono domande suggestive, tutto può essere utilizzato per maturare un convincimento. Il primo, intramato di regole di esclusione, è un ecosistema chiuso; il secondo invece è aperto, conoscendo soltanto regole d’inclusione; la logica dell’uno è una logica accusatoria, quella dell’altro, inquisitoria”. E non è questo che sta accadendo in questi mesi con l’inchiesta minuto per minuto della Procura di Pavia? Pensiamo solo al falso scoop del Tg1 sull’impronta (non insanguinata) di Andrea Sempio sulla parete delle scale dove è stata ritrovata Chiara Poggi. Il circo mediatico/giudiziario - pubblici ministeri, carabinieri, giornalisti, avvocati, tribunale del popolo- è in servizio permanente effettivo, non riposa mai. E se non si può dire, come ha scritto Tiziana Maiolo sul Dubbio, che “Sempio abbia ‘occhi di ghiaccio’, certo quella sensazione di straniamento che immancabilmente può dare una persona che si ritrova d’improvviso indagata per omicidio, è molto sospetta”. Sono arrivate orde “di psicologi, quelli di professione e poi tutti gli altri, quelli dei quotidiani, delle tv e dei social. Tutti contro di lui, come già lo erano stati contro Stasi. Si fruga nella spazzatura e si leggono febbrilmente i temi scolastici del ragazzo. Tutto è sospetto. La sensazione, ogni giorno confermata, è che gli investigatori stiano procedendo un po’ a tentoni per gradini, ciascuno dei quali consente di arrivare a un altro. Ma senza avere in mente una strategia concreta e precisa”. Ne è la dimostrazione la scenografia messa in piedi il 14 maggio con le quattro perquisizioni in contemporanea a Sempio, i genitori e due amici. Ma nelle stesse ore si cercava l’arma del delitto in un corso d’acqua, su ispirazione di una testimonianza, tardiva e de relato, resa agli investigatori di un programma tv, “Le Iene”. E la “notizia”, che tale non sarebbe, del ritrovamento di un martello, affidata a un’altra trasmissione, “Chi l’ha visto””. Oggi prosegue quello che era iniziato con Tortora e proseguito con Stasi, se vogliamo restare circoscritti a questa vicenda.  Ha commentato il professore avvocato Vittorio Manes sul Dubbio: “Qui mi pare che siamo al cospetto di una ‘ennesima stagione di una serie crime di successo’, come ha scritto Massimo Gramellini sul Corriere della sera, costruita su presunti colpi di scena investigativi che finiscono per essere presentati dalla narrazione mediatica come nuove verità, anche se sono tutti da verificare, nella loro densità probatoria.  Sono niente più che pseudo-verità, peraltro poco rispettose della famiglia della vittima e dei vecchi e nuovi protagonisti, uno dei quali, peraltro, ha subito una condanna gravosissima”. Eh già, perché adesso la vittima è sì ancora formalmente Chiara Poggi, ma lo sono anche l’unico colpevole del delitto, Alberto Stasi, l’attuale indagato Andrea Sempio, e i terzi collaterali, ad esempio le famose gemelle Kappa. E allora dobbiamo chiederci: perseguire il fine di soddisfare – doverosamente - il pubblico interesse significa dovere o potere soddisfare tutto ciò che può essere di un qualche interesse per lettori e spettatori, spesso dando sfogo a forme di curiosità morbosa e comunque a scapito della correttezza e precisione delle informazioni divulgate?  L’attuale situazione è stata ben descritta in maniera sintetica dal professore avvocato Oliviero Mazza proprio in una intervista al Dubbio discutendo di Garlasco: “la comunicazione di quarantadue anni fa era affidata agli operatori professionali e a forme istituzionali quali giornali, radio e televisioni; oggi i nuovi mezzi consentono a chiunque di esprimere opinioni e valutazioni in un immenso, gratuito e incontrollato speakers’ corner modello Hyde Park. Il risultato, però, è il medesimo, le vicende giudiziarie vengono sempre narrate con l’indecente registro della presunzione di colpevolezza. Se allora si poteva pretendere maggiore equilibrio da parte di giornalisti professionisti, oggi temo che la battaglia sia persa in partenza nell’anarchia del processo social-mediatico. È difficile regolamentare fenomeni di per sé ingovernabili, come il sadico interesse dell’opinione pubblica per le sofferenze dettate dalla violenza congenita del processo penale. Carnelutti suggeriva un efficace parallelismo fra il processo penale e i combattimenti dei gladiatori nell’antica Roma: negli anfiteatri il pubblico era attirato dal piacere perverso provocato dalla brutale crudeltà delle lotte, a ben vedere quello stesso piacere che si ritrova oggi nella morbosa attenzione riservata dall’opinione pubblica alle altrui sofferenze giudiziarie. Non bisogna scomodare la psicologia sociale per comprendere come la perdita del senso di umanità sia alimentata dalle continue frustrazioni personali che trovano sfogo proprio nell’emersione di un feroce sadismo populista. Questo per dire che il fenomeno è davvero complesso e meriterebbe un approccio ben più profondo che tenga conto anche delle radici psico-sociali a loro volta legate a fattori politico-economici”. Ma come mai questo profluvio di notizie? Il deputato Tommaso Calderone ha interrogato il Ministro Nordio che ha risposto condividendo una relazione inviata dal procuratore capo di Pavia, Fabio Napoleone. Secondo il magistrato tutto ciò che sta circolando è “materiale non segreto” ed è “conosciuto dalle parti e dai loro difensori, i quali quotidianamente compaiono nei vari talk show televisivi o in interviste sui quotidiani”. Il magistrato spiega che tutto l’insieme degli elementi confluito nell’attuale procedimento penale, in cui risulta indagato Andrea Sempio, “è composto da centinaia di voluminosi incartamenti relativi a tutte le predette fasi” ossia processo ad Alberto Stasi, richieste passate di revisione, nuove indagini. Secondo il procuratore, dunque, “l’imponente materiale risulta essere già a conoscenza dei mass media che da 18 anni, e cioè dal giorno dell’omicidio di Chiara Poggi, si occupano della vicenda con un’attenzione del tutto eccezionale”. Tutti questi elementi “non costituiscono violazione del segreto investigativo”. Scrive poi il procuratore: “Attualmente c’è una ricerca spasmodica della stampa e della televisione con interviste di indagato, condannato, dei loro difensori, loro consulenti tecnici, testimoni con un vero e proprio assedio dell’Ufficio requirente e della Pg operante”. Tutti questi, comprese le “persone offese”, chiarisce ancora Napoleone, “risultano ripetutamente comparire in interviste” dove “commentano elementi in loro possesso e atti a cui hanno partecipato” a differenza del fatto che “nessun magistrato della procura, nessun consulente tecnico o dirigente della Pg ha rilasciato interviste o dichiarazioni”. In pratica, secondo Napoleone, la cronaca minuto per minuto dell’inchiesta Garlasco bis sarebbe da addebitare tutta agli avvocati e ai giornalisti che si abbeverano da loro. Le ragioni non le spiega ma difende il riserbo dei suoi investigatori. Ovviamente crediamo alla buona parola di Napoleone e anche noi in questi mesi non ci siamo sottratti dal dire che probabilmente alcuni avvocati si stanno prestando al gioco del processo mediatico: per portare acqua al mulino dei propri assistiti e/o per visibilità personale. “Quando l'avvocato si presta a questo gioco lo fa però a suo rischio e pericolo, perché difficilmente governerà le correnti di opinione che si agitano nel vortice mediatico, dove il passo dai Campi Elisi alle paludi dello Stige può essere davvero breve”, ha scritto mirabilmente Manes nel suo libro sul processo mediatico. Altrettanto vero è che soprattutto nel passato, prima che venisse recepita la direttiva europea sulla presunzione di innocenza, esisteva un canale diretto tra procure e giornalisti tanto è vero che alcuni hanno sostenuto che la vera separazione – a parte quella delle carriere – dovrebbe esserci tra magistrati requirenti e stampa. Poi un altro aspetto interessante a parer mio riguarda il ruolo della vittima. Spesso il processo celebrato dai media diventa una sorta di rito di solidarizzazione e socializzazione con la vittima. Più in generale il nostro Paese soffre di vittimocrazia, talmente tanto che al Senato, a gennaio, c’è stato il primo via libera al disegno di legge costituzionale che inserisce la tutela delle vittime di reati nella Carta costituzionale. L'aula lo ha approvato con 149 sì e un astenuto. Il testo recita: “All’articolo 24 della Costituzione, dopo il secondo comma, è inserito il seguente: ‘La Repubblica tutela le vittime di reato’”. Io personalmente mi sento molto critica verso questo provvedimento, così come verso l’abuso delle parti civili nel processo che forse come dice il professore Ennio Amodio dovrebbero trovare ristoro solo in sede civile. Ma questo capitolo meriterebbe ore di discussione che qui non abbiamo. Comunque sta di fatto che nell’inchiesta Garlasco bis sta accadendo altro. Lo hanno detto chiaramente i legali della famiglia Poggi, Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, diramando una lettera dei genitori di Chiara Poggi: “Si accusa una vittima che non può difendersi: La famiglia Poggi è da settimane vittima di una assillante campagna diffamatoria da parte di organi di informazione e social, che non sta purtroppo risparmiando nemmeno l'amata Chiara”. Tutto questo ci dice che manca certamente la cultura della presunzione d’innocenza, ma, ancor prima, manca la cultura del processo di parti dove le tesi d’accusa pesano quanto quelle della difesa, manca la cultura del dubbio sulle tesi di parte e dell’affidamento rivolto esclusivamente alla decisione del giudice della cognizione. E immaginate se Sempio non verrà rinviato a giudizio o se processato assolto. Come dice il professor Giorgio Spangher “l’indagato è un morto che cammina perché anche se verrà assolto su di lui si cristallizzerà la narrazione colpevolista”. Per migliorare la situazione cosa occorrerebbe fare? Durante le audizioni parlamentari sul divieto di pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare qualcuno, tra cui l’Ucpi, ha proposto alcune modifiche normative: la responsabilità delle società editrici per la pubblicazione arbitraria degli atti di indagine, l’aggiornamento delle fattispecie incriminatrici, il trasferimento di indagini e processi sulla violazione dei segreti in un diverso distretto. Insomma, la matassa è complicata ma da qualche parte bisogna partire per districarla: sicuramente accanto a nuove norme servirebbe una inversione di tendenza sul piano culturale che investa tutti -  magistrati, giornalisti e società civile. Quando avremo finalmente introiettato la cultura del processo di parti, che si svolge in condizioni di parità fra accusa e difesa sotto l’egida della presunzione d’innocenza, verrà naturale evitare questi spettacoli mediatici. Grazie

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