Radio Radicale anche nel periodo covid ha seguito 292 udienze

 di Valentina Stella Il Dubbio 15 ottobre 2020

Il 19 ottobre si apre presso il Tribunale di Avezzano il processo a carico di Piero Sansonetti, già nostro direttore e ora al timone del Riformista, e del collega Damiano Aliprandi. Sono accusati, come sapete, di diffamazione a mezzo stampa. A querelarli sono stati due noti magistrati: il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, e l'ex sostituto procuratore del capoluogo siciliano Guido Lo Forte. L'accusa? Aver messo su "una vera e propria campagna diffamatoria” nei loro confronti in relazione all'archiviazione del dossier mafia-appalti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Si tratta di una indagine che spaventò parecchio Cosa nostra: infatti, secondo due sentenze - Borsellino ter e Borsellino quater - sarebbe stata proprio l’attenzione sull'intreccio mafia-appalti a spingere la mafia a uccidere Paolo Borsellino. I colleghi sostengono di aver portato avanti un’attenta analisi dei fatti processuali e delle tappe con cui l’indagine venne archiviata, chiedendosi anche se sia stato un errore archiviare quel dossier. Per Scarpinato e Lo Forte si tratta invece di una interpretazione sbagliata e diffamatoria degli accadimenti. Su questo sarà un giudice di Avezzano a decidere. Noi avremmo voluto comunque essere spettatori virtuali del processo grazie a Radio Radicale ma purtroppo è arrivato il diniego da parte del giudice Daria Lombardi alla registrazione. La motivazione: permanere dell'emergenza sanitaria da covid 19. Abbiamo scelto di saperne di più grazie al direttore di Radio Radicale, Alessio Falconio. Ma avevamo anche scritto al giudice Daria Lombardi per chiederle se prima di rifiutare la richiesta avesse chiesto un parere alle parti. Nel momento in cui andiamo in stampa non abbiamo ricevuto risposta.

Direttore Falconio, accade spesso di ricevere un rifiuto alle registrazioni?

Non è una consuetudine ma non è nemmeno la prima volta che succede. Speriamo sempre nella possibilità di un ripensamento, pur rispettando le prerogative che la legge inequivocabilmente attribuisce al Presidente nel decidere in un senso o nell'altro. Questo diniego comunque ci sorprende perché in tempo di covid, come successo in altri procedimenti anche di maggior rilievo, la nostra presenza è stata apprezzata proprio dagli stessi magistrati perché ha consentito di evitare gli assembramenti in aula e contemporaneamente ha permesso ai colleghi giornalisti interessati di avere notizie del processo.   

Di solito quali sono le motivazioni addotte per il diniego?

Formalmente la motivazione che ci viene addotta è la mancanza di rilevanza pubblica. 

In questo periodo di covid quanti processi avete seguito?

Dal primo marzo al 14 ottobre in tutta Italia abbiamo documentato 292 udienze. E i processi, prevalentemente iniziati prima dell'emergenza sanitaria, sono 42.

Qualche giorno fa su questo giornale abbiamo riportato la notizia che il ministro francese della Giustizia, Eric Dupond-Moretti, ha manifestato la sua volontà di rendere i processi giudiziari "totalmente" filmati e diffusi al pubblico. Lei sarebbe d'accordo o crede, come qualche magistrato francese, che tale iniziativa andrebbe ad alimentare il processo mediatico fuori dall'aula?

L'esperienza di Radio Radicale insegna proprio che l'integralità della fonte del processo rappresenta sicuramente la garanzia migliore per scongiurare il rischio di processi mediatici. È proprio la presenza di una possibile controprova, rispetto a quello che si scrive in un legittimo lavoro giornalistico di sintesi di un procedimento o che si sente in un talk show, a tutelare la narrazione esatta del dibattimento. Il caso Tortora, seguito dal nostro grande maestro Massimo Bordin, in questo senso è l'esempio di scuola: se ci fossimo attenuti esclusivamente ai resoconti giornalistici non avremmo capito che si stava commettendo un grave errore. Grazie alle udienze trasmesse da Radio Radicale abbiamo preso consapevolezza di quello che stava veramente succedendo in quell'aula durante quell'incredibile procedimento.

Direttore domani è l'anniversario della morte di Antonio Russo, il giornalista ucciso il 16 ottobre del 2000 a Tiblisi, in Georgia, perché raccontava la guerra tra Russia e Cecenia.

Venerdì prossimo Radio Radicale lo ricorderà. A lui verrà dedicata l'intera programmazione della notte tra giovedì e venerdì, con un lungo servizio realizzato con materiale d'archivio e poi alle 14 di venerdì, presso la sala stampa di Montecitorio, verrà illustrata l'opera di restauro ultimato per l'occasione dell'archivio di Radio Radicale contenente le corrispondenze di Russo dai diversi teatri di guerra nel mondo.

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