Presentato ricorso al Tar

 Valentina Stella Dubbio 14 gennaio 2026

Nel momento in cui andiamo in stampa il Capo dello Stato Sergio Mattarella non ha ancora emanato il decreto di indizione del referendum costituzionale sulla separazione delle carriere per il 22 e 23 marzo. La situazione è delicata. Da un lato lunedì il Consiglio di Ministri ha deciso la data, scadendo il 17 gennaio i sessanta giorni dall’ordinanza della Cassazione che ha ammesso il quesito proposto dai parlamentari. Dall’altro lato ieri gli avvocati Pietro Adami e Carlo Contaldi, in rappresentanza dei 15 ‘volenterosi’ che stanno raccogliendo le firme sul quesito cosiddetto oppositivo, «dopo aver scritto per darne doverosa e preventiva informazione alla Presidenza della Repubblica» hanno depositato «un ricorso al Tar del Lazio per l’annullamento, previa sospensiva», della delibera del Cdm, con istanza di accelerare i tempi di definizione.  «Nei prossimi giorni sapremo il seguito, intanto la raccolta continua e veleggiamo verso le 400.000 firme», conclude una dichiarazione del portavoce, Carlo Guglielmi. Nel ricorso si legge che la «potenziale antinomia» tra il dato costituzionale (che prevede un lasso temporale di tre mesi per la presentazione della proposta di referendum) e quello della legge (che prevede l’indizione del referendum entro 60 giorni dall’ordinanza della Cassazione) può essere superata dai «principi ricavabili dalle norme costituzionali» per cui: «il potere di proporre il referendum è attribuito a tre diversi soggetti; tale potere può essere esercitato entro tre mesi; il referendum è posto a tutela delle minoranze; i cittadini hanno il diritto di partecipare allo svolgimento della vita politica». In questa ottica la decisione del Governo di fissare già la data del referendum «rappresenta di fatto l’ “espropriazione” del diritto, attribuito ai cittadini, di farsi promotori, limitando una delle forme di manifestazione della sovranità popolare e impedendo la formazione del comitato promotore; e contraddice il principio fondamentale secondo il quale l’iniziativa parlamentare e quella proveniente dai promotori hanno pari dignità». Infine «il nodo essenziale ed insuperabile è uno. La data può essere fissata solo dopo che il testo del quesito sia stato definito dall’Ufficio Centrale», essendo attualmente due i quesiti in gioco. Ora ci si chiede cosa farà il Quirinale: attendere l’esito del procedimento amministrativo, che potrebbe giungere fino al Consiglio di Stato? Ci sarebbe l’altra alternativa: emanare nelle prossime 48 ore il decreto. E questo rappresenterebbe un sostanziale avallo della decisione presa in seno al Consiglio dei Ministri. A quel punto un giudice del Tar si opporrebbe indirettamente ad un placet della Presidenza della Repubblica? C’è qualcuno che ipotizza anche una terza via, che però appare meno praticabile: che Mattarella attenda il 30 gennaio, data ultima della raccolta firme, e poi emani il decreto. Così da rispettare l’iniziativa dal basso e allo stesso tempo convalidare la delibera del Cdm. Tuttavia anche questa opzione non sbarrerebbe la strada ai ricorsi. Insomma il gomitolo giuridico c’è. E il Comitato Sì Separa, della Fondazione Einaudi e presieduto da Gian Domenico Caiazza ha subito annunciato di costituirsi avanti al Tar del Lazio per opporsi alla richiesta di sospensiva. E l’Anm resta a guardare con interesse. «Osserviamo con attenzione l'attività del comitato, che non ha nessun rapporto formale o sostanziale con il comitato 'Giusto dire no' e meno che mai con l'Anm anche se spesso si fa confusione. Vedremo l'esito del ricorso, siamo comunque pronti» ha detto ieri il presidente dell’Anm Cesare Parodi, intervenuto a Omnibus su La7. 

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