Hannoun resta in carcere
Valentina Stella Dubbio 20 gennaio 2026
Il Tribunale del Riesame di Genova ha annullato ieri tre delle sette misure cautelari eseguite il 27 dicembre scorso dalla gip Silvia Carpanini (altre due misure cautelari non sono state eseguite perché gli indagati si trovano all'estero). Resta in carcere Mohammad Hannoun, l'architetto e attivista palestinese accusato di essere finanziatore di Hamas attraverso le sue associazioni benefiche e di essere il vertice della cellula italiana dell'organizzazione. Le motivazioni della decisione saranno depositate entro 30 giorni. Pare tuttavia, secondo i legali degli indagati, che dal dispositivo emerga «una chiara vittoria sul piano dei principi» essendo molto probabilmente «esclusa l’utilizzabilità della cosiddetta “battlefield evidence” di provenienza israeliana, segnando una netta presa di distanza dalla strumentalizzazione giudiziaria di materiali di intelligence militare». Per i profili residui, il Tribunale avrebbe ritenuto di poter valutare separatamente la sussistenza di indizi sulla base di fonti diverse. «È un risultato importante: viene affermato che la giustizia non può essere usata come strumento di guerra» ha dichiarato l’avvocato Nicola Canestrini. «La lotta al terrorismo va combattuta con le regole, non con scorciatoie. Sul resto attendiamo le motivazioni, ricordando che vale per tutti la presunzione di innocenza» ha concluso il legale. «La difesa continuerà a vigilare con rigorosa attenzione critica su ogni tentativo di piegare il diritto a logiche militari, riservandosi ogni ulteriore valutazione dopo il deposito delle motivazioni» termina una nota congiunta del team legale. Ha aggiunto Fabio Sommovigo, uno dei difensori di Hannoun: «Non siamo ovviamente soddisfatti del mancato abbandono della misura nei confronti del nostro assistito ma notiamo che già in questa fase l'impianto accusatorio ha ceduto in modo importante a partire dal piano dell'utilizzabilità del materiale israeliano, visto che con questa decisione i giudici sembrano aver operato una separazione tra il finanziamento e la partecipazione all'associazione». Gli avvocati attendono ora di leggere le motivazioni della decisione ma confermano già ora il ricorso in Cassazione «dove – ha concluso Sommovigo - si apriranno nuove prospettive difensive». Scarcerato invece Rahed Al Salahat, 48 anni, nato in Kuwait da genitori palestinesi, dipendente dell'Associazione Benefica di solidarietà col Popolo Palestinese. Il difensore, l’avvocato Samuele Zucchini, aveva fatto ricorso al riesame di Genova rilevando anche errori e criticità dell'ordinanza e nelle trascrizioni dagli audio delle intercettazioni. «Ci sono incomprensioni sui nomi trapelati nelle intercettazioni. Sono citate persone diverse, ci sono errori nelle interpretazioni dei brogliacci delle intercettazioni telefoniche», ha spiegato il legale. In un caso, ha riferito ancora, «un nome fatto captando al telefono Al Salahat viene equivocato con quello di un ministro di Hamas mentre, invece, si faceva riferimento ad uno stretto collaboratore del mio assistito» per attività di giornalismo e informazione che Al Salahat fa sulla crisi di Gaza. «Tutte le informazioni provenute dall'attività di intelligence di Israele non entreranno nel processo – ha commenta ancora Zucchini -, lo darei quasi per scontato rispetto a quanto emerso al Riesame di Genova», ossia «un principio importante, che vale non solo per i coinvolti in questa inchiesta ma vale anche per tutti i cittadini italiani, i quali non possono essere sottoposti a verifiche dei Servizi segreti di Paesi stranieri, tanto meno di Israele». In pratica «il materiale di intelligence di Stati esteri non è idoneo a entrare in un processo» in Italia. La questione ruota infatti sul fatto che l’accusa poggi per buona parte su documenti prelevati, soprattutto a Gaza City, probabilmente da hard drive, trovati in ospedali o campi profughi, o appartenenti al Comitato esecutivo e alla Sicurezza interna sequestrati ad Hamas da apparati militari e di intelligence (IDF, ISA/Shin Bet, NBCTF) nel corso di operazioni militari: “Defensive Shields” realizzata all'inizio degli anni 2000, e “Sword of Iron” dopo i fatti del 7 ottobre 2023. Questi sono poi stati trasmessi dalle autorità israeliane alla Digos e al Gico italiani mediante «spontaneous information exchange ex art. 11 del Secondo Protocollo CEAG, meccanismo che — per sua stessa architettura — bypassa i controlli dell'assistenza giudiziaria tradizionale, eliminando ogni filtro sui presupposti di legittimità e sul rispetto dei diritti fondamentali» avevano sottolineato gli avvocati nella loro memoria.
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