Luigi Manconi: il sogno è abolire ilc arcere. Intanto.....
di Angela Stella Il Riformista 25 luglio 2020
La caserma degli orrori di
Piacenza dimostra per Luigi Manconi, sociologo dei fenomeni politici, già
presidente della commissione per la tutela dei diritti umani del Senato,
presidente di A Buon Diritto Onlus, che nel nostro Paese esistono le cosiddette
"istituzioni totali", dove vigono complicità virili, potere
intimidatorio e senso dell'impunità. Ma in questa lunga intervista abbiamo
discusso anche di abolizione del carcere, di 41bis, di rapporti Italia-Libia.
I gravi fatti di Torino e Piacenza ci raccontano di detenuti e
cittadini temporaneamente sotto la custodia dello Stato che sarebbero stati
umiliati e torturati dai loro stessi custodi. Come può accadere tutto questo?
Può accadere perché il carcere e
la caserma sono istituzioni totali, secondo la classica definizione di Erving
Goffman: sono strutture chiuse, sottratte allo sguardo esterno e al controllo
dell'opinione pubblica e della rappresentanza democratica. Dentro queste
istituzioni totali operano corpi specializzati dello Stato che per loro stessa
natura sono organismi coesi, integrati, autoreferenziali, dove regnano una
forte solidarietà tra i membri, un robusto cameratismo, una complicità virile che
facilmente si traduce in connivenza e omertà. Secondo la legge, d’altra parte,
questi corpi statuali posso esercitare l'uso legittimo della forza a fini di
controllo e repressione. Si tratta di un potere cruciale e delicatissimo che
richiede da un lato grande lucidità e dall'altro la possibilità di un controllo
esterno, perché è facile che possa trascendere e diventare arbitrio. Questo arbitrio
rischia di affermarsi e riprodursi senza che le istituzioni democratiche
possano esercitare il controllo e dunque denunciare quando quell'uso legale diventa
illegale: tanto più che la vigilanza interna sembra latitare. Sono queste le circostanze
in cui quegli episodi maturano. E sono tutti elementi che contribuiscono a suggerire
una sensazione di impunità.
La formulazione attuale del reato di tortura è efficace per reprimere
questo tipo di condotte o come dicono molti aver formulato questa fattispecie
di reato come delitto comune e non come reato proprio ha depotenziato
l'efficacia della deterrenza?
Le legge sulla tortura porta il mio
nome ma io non la riconosco come mia perché il disegno di legge originario da
me presentato prevedeva la tortura come reato proprio, in quanto sia la
Convenzione delle Nazioni Unite sia le leggi di altri Paesi democratici qualificano
la tortura esattamente in questi termini, ovvero quel reato che discende
dall'abuso di potere. E che si realizza quando un carabiniere, un poliziotto,
un poliziotto penitenziario, un finanziere eccedono il perimetro stabilito
dalla legge nell'uso della forza. È
da questo abuso che può derivare la fattispecie penale del reato di tortura. Definire
genericamente la tortura come una violenza all’interno delle relazioni tra i
cittadini è per un verso superfluo, perché i reati adeguati a questo tipo di azione
già esistevano nel codice. Invece la nuova figura di reato sarebbe stata
destinata appunto a qualificare quei trattamenti inumani e degradanti quando
effettuati da pubblici ufficiali o persone facenti funzioni di pubblico ufficiale.
Si dice tanto che in Italia non si tortura 'perché non siamo la
Turchia'. Salvini e Meloni hanno spesso detto di voler lavorare alla
cancellazione del reato di tortura. E invece la cronaca, dagli anni '70 in poi,
ci racconta il contrario: dal prof. De Tormentis e la sua pratica del
waterbording al carcere di Asti, da Federico Aldovrandi a Giuseppe Gulotta, dalle torture praticate a danno di cinque
brigatisti rossi sospettati del sequestro del generale USA James Dozier fino
alla condanna per i fatti di Bolzaneto, non dimenticando le celle lisce di
Poggioreale. Qual è il tuo pensiero?
Il reato di tortura viene introdotto
nell'ordinamento italiano solo nel 2017, ben 28 anni dopo la ratifica da parte
dell'Italia della Convenzione delle Nazioni Unite. Faccio notare che quando il
nostro connazionale Giulio Regeni viene rapito, seviziato, torturato e ucciso
in Egitto, in Italia il reato di tortura ancora non esisteva. Ritengo che tra
le molte ragioni dell'inerzia con la quale il nostro Paese ha affrontato la
vicenda di Regeni c'era anche il fatto
che l'Italia avesse una sorta di senso di colpa nel pretendere verità e giustizia
da uno Stato dispotico quando al proprio interno quel reato non era ancora
previsto. L'Italia non ha avuto la forza giuridica e morale di esigere quella
verità anche perché non aveva le carte in regola.
E riguardo la tortura all'interno dei nostri confini?
Ritengo che in Italia non vi sia una
pratica sistematica della tortura. Che invece molti siano stati i casi di
trattamenti inumani e degradanti è indubbio, si sono verificati più volte. La frase
più sciocca che si possa dire è quella delle mele marce, che è una metafora
giustificazionista.
A proposito di questo: dal caso Cucchi a quello dell'americano accusato
della morte di Cerciello Rega bendato nella caserma, passando per lo stupro
delle due americane a Firenze. Da quale male è affetta l'Arma dei Carabinieri?
Intanto questi episodi sono
davvero troppi. Nel caso di Piacenza una stazione dei carabinieri è stata ridotta
a cellula criminale. Ma tre anni fa un'altra caserma dei carabinieri di Aululla
in provincia di Massa Carrara ha avuto lo stesso trattamento da parte della
magistratura: non c'è stato il sequestro dell'edificio ma l'azzeramento di
quella postazione perché all'interno spadroneggiava una gang di carabinieri coinvolti
in attività criminali. E ricordo che 11 anni fa in occasione del tristissimo
caso Marrazzo emerse come la caserma Trionfale avesse al proprio interno una
intensa attività delinquenziale. Ci sono gli episodi da te citati - tutti da valutare
in maniera differenziata - però resta una frequenza un po' inquietante. Penso
proprio che il ruolo particolare che l'Arma dei carabinieri svolge tra le forze
di polizia, i consensi di cui gode nella società, il fatto che dipenda dal
Ministero della Difesa, e che ci sia una elevata capacità dell'attività di
repressione alimentino la sensazione di impunità ed esaltino le caratteristiche
proprie delle istituzioni totali. All'interno dell'Arma si formano gerarchie
informali che esercitano un potere intimidatorio, gruppi - veramente esemplare la situazione di Piacenza
- che si costituiscono come agglomerati di potere e questo potere viene
esercitato per un verso per accumulare risorse economiche e per l'altro verso
per affermare una autorità illegale.
Oggi si terrà il consiglio direttivo di Nessuno Tocchi Caino dedicato
al 41 bis, che Sergio D'Elia sul nostro giornale ha definito 'un regime di
tortura'. Non posso non ricordare il tuo grande lavoro in Commissione Diritti
Umani proprio su questo tema. Secondo te è possibile mettere seriamente in
discussione questo istituto giuridico?
Secondo la legge il regime di
41bis ha un solo scopo: impedire i collegamenti tra coloro che vi sono
sottoposti e la criminalità esterna. Tutto ciò che eccede questo scopo è
semplicemente fuori legge. Per questo penso che quel regime costantemente rischi
di scivolare nella illegalità: vengono attuate limitazioni, provvedimenti di
censura o misure di controllo che non sono previste in quanto non destinate a
garantire il raggiungimento del solo scopo che il 41bis persegue. All'interno
di questo quadro non c'è il minimo dubbio che alcune condizioni possano
configurare la fattispecie di tortura. Non si dimentichi che, anche nella legge italiana contro la tortura, si
parla di violenza psicologica: che al 41 bis ci siano violenze psicologiche è
indubbio.
Ieri abbiamo ospitato una intervista a Gherardo Colombo e si è parlato
ovviamente di carcere che ha assunto la sola funzione di punire e non di
rieducare.
Con Gherardo Colombo vagheggiamo
da tempo un libro che avrebbe come titolo 'Abolire il carcere'. Ma, in realtà,
quel libro io e miei collaboratori lo abbiamo scritto già cinque anni fa: e resta l’idea di un’esigua
minoranza. In Italia una corrente abolizionista esiste: ad esempio c'è Livio
Ferrari che ha creato il movimento 'No prison'. Ed è una prospettiva che sta conquistando lentamente, molto
lentamente, consensi. Il carcere è inutile, diseconomico e controproducente. Il
carcere riproduce all’infinito crimine e criminali. La prospettiva
dell'abolizione del carcere è quanto mai ragionevole. Ma siccome non siamo
degli utopisti ma dei realisti sappiamo che questo obiettivo è di lunga gittata.
Occorre un programma possibile di
provvedimenti che prima di tutto riduca al minimo il ricorso al carcere e che possa
far sì che la sua abolizione non sia la profezia di un sognatore, ma una
concreta direzione di marcia.
Però politicamente è forse impossibile.
Politicamente tutto ciò, in
particolare in questo momento, risulta quanto mai arduo perché il peso che il
Movimento 5 Stelle ha all'interno della maggioranza di governo ma anche il peso
che hanno le sue tesi soprattutto all'interno del senso comune della mentalità
collettiva, è fortissimo.
Però anche il Pd ha fatto deflagrare per convenienza elettorale la
riforma sull'ordinamento penitenziario che avrebbe potenziato le misure alternative.
Sono sempre contrario a queste
interpretazioni ossia 'per calcolo elettorale'. Sicuramente anche per esigenze
elettorali ma c'è qualcosa di più profondo e duraturo ed è una cultura: una
mentalità che ritiene che il carcere debba rimanere carcere, debba rimanere un
sistema di sanzioni tutto costruito intorno ad un paradigma che ha nella cella
chiusa il suo fondamento. Se il senso comune va in questo senso è fatale poi
tradurre tutto ciò in considerazioni di natura elettorale.
L'altro giorno Matteo Orfini ci ha detto che il rifinanziamento da
parte dell'Italia della guardia costiera libica è stato il momento più buio
della storia del Pd e del Paese. Sei d'accordo?
Sì, sono d'accordo. Noi proprio per
questo lunedì 27 luglio saremo alle 18 a piazza San Silvestro a Roma per
chiedere al Governo italiano e all'Unione Europea di azzerare i fondi alla
guardia costiera libica ed evacuare e chiudere i centri di detenzione in Libia.
Vorrei però tornare un momento sulla questione culturale: anche in
merito alla questione della riforma dei decreti sicurezza il Pd va a traino del
Movimento 5 Stelle e sceglie di procrastinare la discussione in commissione.
Il Governo Pd - 5 Stelle è un
governo dettato dall'emergenza che ho appoggiato perché mi sembrava rispondesse
in quel momento preciso all'esigenza di impedire che vi fosse un esecutivo di
centro-destra, guidato da Salvini. Penso che all'interno del Pd vi sia una
parte significativa che ha sull'immigrazione una posizione quale quella che si
è manifestata con la gestione da parte di Minniti. È una posizione non solo legittima ma che non è - e su questo
insisto - la stessa posizione di Salvini, pur essendo, a mio avviso, errata. Ho
criticato molto Marco Minniti, ci tengo molto però a distinguere. Salvini ha
introdotto una rottura, non c'è continuità tra le due gestioni come troppi
scioccamente dicono. Ad esempio, l'abolizione dello Sprar fatta appunto da
Salvini è stata veramente una lesione profonda al sistema dell'accoglienza.
Aggiungo che quando nel Mediterraneo si sono create situazioni di emergenza e
ci sono state richieste di attracco da parte delle Ong a me è capitato tante
volte di trovare una interlocuzione positiva con Minniti, visto che svolgo un
po' la funzione di lobbista delle ONG. Certo, la stessa cosa non è accaduta con
il Ministro Salvini.
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