Intervista a Marcello De Chiara
Valentina Stella Dubbio 31 dicembre 2025
Marcello De Chiara, consigliere alla Corte di Appello di
Napoli, vice presidente dell'Anm con Unicost, i sondaggi vi danno in
svantaggio.
Lei da ex gip ritiene che, come
sostengono i Sì, con la riforma possa esserci un minor appiattimento del gip
sul pm?
Nessuno
si sognerebbe di dire che i tribunali sono appiattiti sulle ragioni
dell’accusa, perché, in base ai dati ufficiali, la percentuale delle
assoluzioni è superiore al 50%. Si va allora a colpire la figura del gip,
dimenticando che tale organo, a differenza dei tribunali, intervenendo nella
fase in cui il procedimento è segreto, prende decisioni sulla base delle
ragioni del solo pm e ha quindi un orizzonte conoscitivo non ancora arricchito
dalle controdeduzioni difensive. Meno normale è che la campagna contro i gip si
fondi su dati statistici di oscura attendibilità, come la percentuale degli
accoglimenti in materia di intercettazioni telefoniche di cui nessuno conosce
l’esatta provenienza.
Davvero i pm condizionano le vostre
carriere e per questo li temete?
Chi
insinua ciò promuove una visione caricaturale della magistratura che la
politica ha tutto l’interesse a diffondere, ma che è lontana anni luce dalle
aule di giustizia. Fortunatamente non tutti la pensano così. Mi tornano alla
mente le parole del più autorevole penalista italiano, il prof. Franco Coppi, secondo
cui certe decisioni, rivelatesi sbagliate, possono essere state adottate perché
il giudice non ha capito i fatti di causa, ma che mai nella sua lunga carriera
gli è capitato che un giudice gli abbia dato torto per fare un favore al pm o
“perché veste la stessa casacca” di quest’ultimo. Sono sicuro che queste parole
riflettono il pensiero di tanti avvocati, ancora non obnubilati dal sentimento
di rivalsa verso i magistrati.
Ha fatto molto discutere l’adesione di Luigi Salvato ex
esponente di Unicost al comitato Sì riforma presieduto da Zanon.
Parto dalla nuda cronologia: nel
luglio 2024, il dott. Salvato, all’epoca Pg presso la Cassazione, davanti alla
Commissione Affari Costituzionali, formulava dotte ed articolate argomentazioni
per sostenere l’inutilità di questa riforma, nel gennaio 2025 rilasciava la
nota intervista nella quale ribadiva tale posizione; a marzo lasciava, infine, l’ordine
giudiziario per raggiunti limiti di età. Ora apprendiamo non solo che ha
cambiato idea, ma che è uno dei soci fondatori del Comitato per il Sì. Non mi
sento di esprimere giudizi ed anzi l’alta levatura della persona impone di
osservare la massima cautela, ma non posso negare che una giravolta così
repentina e radicale desta stupore.
Sempre Salvato in una intervista al Dubbio parlando del
sorteggio: “La riforma non mina l’autorevolezza del Csm e conserva la rilevanza
dell’Anm, senza preoccupazioni elettoralistiche legate al Csm”.
Elevare a norma di rango
costituzionale il postulato che i magistrati ordinari (non anche quelli
contabili o amministrativi) non sono in grado di eleggere i membri del proprio
organo di autogoverno non significa forse degradare il prestigio
dell’Istituzione? L’introduzione del sorteggio è un’umiliazione che i cittadini
italiani non dovrebbero permettere e che i magistrati non meritano. Neanche un
anno fa, lo stesso Salvato affermava che il sorteggio è “contrario ai principi
essenziali della democrazia”.
Molti sostenitori del Sì usano come argomento quanto
raccontato da Luca Palamara, ex leader della sua corrente.
Non può ignorarsi che,
nell’attuale consiliatura, il 90% delle nomine è avvenuto all’unanimità, il che
sembrerebbe smentire il refrain di correnti interessate solo a promuovere i
propri favoriti, piuttosto che il candidato migliore. Sullo sfondo, resta, però,
il grande tema della discrezionalità consiliare e di come essa debba
atteggiarsi quando si tratta di conferire gli incarichi direttivi. Ciò che
sfugge ai più è che il problema è anzitutto normativo:il legislatore non ha
finora individuato dei parametri che consentano di pervenire a risultati
univoci nella comparazione dei candidati anche per l’oggettiva difficoltà di
misurare un’entità in sé scivolosa come la meritevolezza dei magistrati.
L’inadeguatezza di tale normativa è una delle condizioni di sistema che nel
tempo ha favorito il proliferare delle logiche spartitorie che temo non
potranno mai cessare del tutto, fino a che non si risolva in modo soddisfacente
il problema di cosa sia realmente il dirigente di un ufficio giudiziario.
Non crede che l’Anm anche sul piano del gradimento paghi il
prezzo di una eccessiva esposizione mediatica e di un presunto collateralismo
ai partiti di opposizione?
L’ANM si sta preoccupando di
salvaguardare in ogni modo la propria immagine di imparzialità. Lo dimostrano le
regole per l’adesione al Comitato per il No, così rigide che neanche illustri
magistrati come Franco Roberti hanno potuto prendervi parte, solo perché hanno
avuto esperienze da parlamentari, ancorché da tempo concluse.
Molti
suoi colleghi sostengono che se verrà approvata questa riforma sarà l’ennesimo
tassello verso una deriva autoritaria.
Certamente lo Stato sta cambiando
pelle attraverso riforme apparentemente scollegate, ma in realtà accomunate dal
fine di dare maggiore forza all’esecutivo. Non parlerei però di svolta
autoritaria, almeno se intendiamo tale terminologia nel significato suo
proprio. Mi preoccupa piuttosto la costante denigrazione della figura del
giudice, spesso condotta attraverso l’uso irresponsabile dei social, che ha
radici lontane nel tempo e si collega al più ampio processo di progressiva svalutazione
del principio di legalità formale.
È in atto
una raccolta di 500 mila firme per il No al referendum lanciata da 15
‘volenterosi’. Lei ha firmato?
Certo. Non vedo cosa potrebbe
impedirmi di esercitare un diritto riconosciutomi dalla Costituzione.
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