Referendum: anche la chiesa si divide

 Valentina Stella Dubbio 18 febbraio 2026

Se la politica, in merito al referendum costituzionale sulla separazione delle carriere, attenderà le ultime due settimane di campagna per premere l’acceleratore, ad essere in prima linea in queste settimane ci pensa la Chiesa. Una Chiesa spaccata tra i Sì, i No, gli agnostici. Una Chiesa che scende in campo insieme a quelle che vengono definite dai detrattori le “toghe rosse”.  A cui risponde un’altra Chiesa che mette in guardia dall’andare a braccetto a certi pubblici ministeri. Ma vediamo nel dettaglio cosa sta accadendo. Come diceva Jacques Maritain, «si può essere cristiani e salvare l’anima militando in qualsiasi regime politico, a condizione, tuttavia, che questo non offenda la legge naturale e la legge di Dio». Tanto è vero che solo pochi giorni fa si è costituito il comitato “Cattolici per un giusto sì”.  Posizione criticata da Rocco D'Ambrosio, presbitero della diocesi di Bari e ordinario di Filosofia Politica presso la Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Gregoriana di Roma, che, dalle pagine di SettimanaNews, rivista dehoniana (Sacerdoti del Sacro Cuori di Gesù, ndr) aveva scritto: « Come si fa a riferirsi e citare costituenti come Moro, La Pira, Dossetti e altri ritenendoli punto di riferimento per l’impegno politico dei cattolici e poi appoggiare riforme costituzionali e compagini politiche abbastanza discutibili? Forse i Costituenti avrebbero approvato una riforma che sembra stravolgere la Costituzione, sia per il testo presentato sia per i meccanismi che la riforma innesca?». Invece, lo stesso cardinale Camillo Ruini ha dichiarato che andrà a votare Sì il 22 e/o 23 marzo. Ma se Ruini oggi non ricopre più alcun ruolo istituzionale, non è così per l’attuale vertice della Cei, Matteo Zuppi. Quest’ultimo durante un recente Consiglio Episcopale Permanente aveva insistito sul valore di autonomia e indipendenza della magistratura come elementi essenziali di un processo giusto, sottolineando al contempo la necessità della partecipazione al voto in un clima segnato da crescente disaffezione alle urne. Le sue parole erano state lette come un voto contrario alla riforma. Ed avevano esasperato gli animi all’interno della comunità. Talmente tanto che per qualcuno, pure per questa ambigua presa di posizione, Zuppi non verrebbe riconfermato. Per questo il portavoce della CEI aveva diffuso un comunicato ufficiale nel tentativo di ridimensionare la portata dell’intervento, affermando che il riferimento al referendum non contenesse indicazioni di voto né orientamenti politici. A molte anime ecclesiali non piace alcun tipo di interventismo. «Qui stiamo parlando di una riforma della Giustizia di uno Stato straniero. Non riteniamo sia giusto spendersi né per il Sì né per il No. A differenza delle questioni di fine vita che investono il piano etico e sui cui ci sentiamo in dovere di prendere una posizione» ci dice una fonte interna alla Chiesa. «Non escludo che tutta questa attenzione mediatica possa infastidire anche Papa Leone XIV» aggiunge un’altra fonte. Tutto risolto? Neanche per sogno. Monsignor Francesco Savino, vicepresidente della CEI per l'Italia Meridionale e vescovo di Cassano all’Jonio, ha deciso infatti di partecipare al XXV congresso di Magistratura democratica che si terrà a Roma dal 13 al 15 marzo, dal titolo “Proteggere la Costituzione per proteggere il futuro”. Un chiaro riferimento alla riforma targata Nordio. La partecipazione non è passata di certo inosservata. Il quotidiano Libero ha pure titolato “Il numero due della Cei benedice la battaglia di Md”. Savino poi ha spiegato ieri le sue ragioni al Corriere della Sera: «Vado per la Costituzione, non per fare propaganda. Non dirò per chi voto». Questo non è bastato a placare le polemiche. Come riferito da Marco Perfetti, direttore di Silere non possum, sul portale d’informazione dedicato all’attività del Santo Padre, della Santa Sede e della Chiesa Cattolica, «forse questi presuli immaginano che, schierandosi accanto alla magistratura, potranno ottenere qualche trattamento di favore da parte dei pubblici ministeri quando partiranno indagini fuffa sui nostri presbiteri o sulle nostre diocesi. Non hanno compreso che la dinamica è opposta: senza questa riforma necessaria, ci ritroveremo sempre più pubblici ministeri convinti di poter fare ciò che vogliono, fino a spingersi a ingerire perfino nelle questioni della Chiesa cattolica». Il riferimento è ad alcune inchieste sull’8xmille e sugli abusi, alcune delle quali sarebbero finite in un non nulla. Insomma anche all’interno della comunità cattolica il clima è aspro rispetto al tema referendario. Ma ormai la Chiesa è engagé, a torto o a ragione. Come ci ha raccontato in un bel reportage il nostro vice direttore Errico Novi qualche giorno fa da Trani, l’Anm è impegnata in comizi anti-riforma in moltissime diocesi: «Altro che vecchia Dc. È un’Anm da compromesso storico. Morotea e berlingueriana. Chiese e sezioni “rosse”. Dc e Pci. Don Camillo e Peppone» scriveva Novi. Siamo dinanzi ad una alleanza tra “toghe rosse” e abiti talari? Per Stefano Celli, vice segretario dell'Anm propria in quota Magistratura democratica e cattolico, non esiste «nessuna alleanza, né santa né diabolica. Il confronto con “il punto di vista esterno” è nel Dna di MD. Avvocati, cittadini, istituzioni, e quindi anche chiesa cattolica. È naturale che MD cerchi in particolare l’interlocuzione con una chiesa, come quella di Francesco e Leone, attenta agli ultimi. I magistrati liberi e indipendenti servono molto ai deboli, i forti non ne hanno bisogno. Per questo il punto di vista di Savino al congresso costituirà un valore aggiunto».

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