Intervista a Nello Rossi
Angela Stella Unità 12 febbraio 2025
Nello Rossi, la rivista di Magistratura democratica che lei dirige, Questione giustizia, ha appena pubblicato un trimestrale dal titolo “Il diritto penale della destra”. Quali sono le caratteristiche principali del diritto penale targato Meloni, Salvini, Nordio, Piantedosi?
È un diritto che ha molte facce tra di loro diverse. È un diritto penale del nemico, che sceglie come bersagli della repressione penale quanti vivono nel disagio sociale, gli irregolari, i dissenzienti, i protestatari, gli alternativi e, naturalmente, i migranti. Assumendo una posizione di rigore estremo nei confronti della marginalità sociale, dei reati di strada e di tutte le forme di azione politica e sociale che fuoriescono dai binari della più stretta legalità formale. Ma è, al tempo stesso, un diritto penale dell’amico, che attua la depenalizzazione dei reati dei colletti bianchi, mostrando indulgenza verso illegittimità, abusi e devianze dei detentori del potere (resterà indimenticabile la “modestissima mazzetta” evocata da Nordio). Ancora: è un diritto penale della perenne emergenza, generato da una decretazione d’urgenza ormai giunta al parossismo e un diritto penale massimo, per il suo gigantismo e per la proliferazione delle fattispecie, delle aggravanti, degli aumenti incontrollati delle pene, in frontale contrasto con quel “diritto penale minimo” che da tante parti, anche a destra, si continua ad invocare.
Ma almeno può dirsi raggiunto l’obiettivo di una maggiore sicurezza?
Al contrario: il diritto penale della destra genera insicurezza giuridica e sociale. Molte delle nuove fattispecie incriminatrici sono assolutamente indeterminate e perciò creeranno incertezze e disorientamento tra i cittadini e gli operatori del diritto. E sul piano sociale, invece di “strade illuminate” e di presidi umani e tecnologici idonei a proteggere i cittadini contro il crimine, si affida tutta la deterrenza alla proliferazione dei reati e all’elevazione delle pene, mentre si moltiplicano le aggressioni che mirano a indebolire la magistratura, che è il primo agente della legalità repubblicana.
Da poco è stato varato un nuovo pacchetto sicurezza. Quali sono gli elementi più critici?
Naturalmente il fermo preventivo: una misura di netta ispirazione autoritaria, di problematica attuazione e di scarsa efficacia sul piano della tutela dell’ordine pubblico. E poi la proliferazione delle ipotesi di flagranza differita che spostano dal magistrato alla polizia gli interventi limitativi della libertà personale.
Questo tipo di diritto riesce a co-esistere con l’idea di democrazia o andiamo verso uno Stato di Polizia?
Stato di polizia, lei dice? Diffido delle formule. Preferisco un ragionamento. So, per esperienza personale, che le forze di polizia sono un grande e prezioso patrimonio di professionalità e di lealtà democratica. Esse però detengono il legittimo monopolio della violenza e devono operare nei limiti del diritto. Come sapeva già Sant’Agostino: lo Stato senza diritto è una banda di briganti. Perciò guardo con preoccupazione agli uomini politici che si affrettano a dichiarare di essere “comunque” dalla parte della polizia a prescindere da ogni concreta verifica delle diverse situazioni. In realtà le diverse componenti della destra stanno facendo a gara nell’attuare un inquietante tentativo di fidelizzazione e di politicizzazione delle forze di sicurezza. E questo atteggiamento non appartiene alla tradizione democratica del nostro Paese che è fatta di pieno sostegno ma anche di controllo democratico delle polizie.
Agli scontri al corteo di Askatasuna è legato anche il tema dell’insofferenza del Governo verso la decisione del gip di scarcerare i fermati. Non è in contraddizione con la ratio della separazione delle carriere che auspica proprio un gip separato dal pm?
Ma di che parliamo? Lei le conosce le ordinanze del gip di Torino che hanno suscitato le consuete reazioni contro i giudici che scarcerano, le toghe rosse che ammiccano alle proteste? Come ha scritto Luigi Marini sulle colonne di Questione Giustizia on line del 10 febbraio , dalle ordinanze emerge che : a) nessuno dei “violenti” organizzati, cioè i principali responsabili del caos, è stato arrestato; costoro sono arrivati in città, si sono organizzati e dopo gli scontri se ne sono andati senza essere fermati; b) le tre persone arrestate non facevano parte di quei gruppi ed erano tutte a volto scoperto, con abiti riconoscibili e prive di scudi, caschi, oggetti pericolosi; c) solo uno degli arrestati è accusato di avere preso parte all’aggressione all’agente di polizia; gli altri due sono accusati di avere, in luoghi diversi, partecipato agli scontri, con lancio di oggetti contro le forze dell’ordine. Da questi dati di realtà sono scaturite le misure adottate dal gip . Purtroppo in Italia corriamo a rotta di collo verso gli scontri ideologici, incuranti dei fatti.
Passiamo al tema referendum. Lei, tra l’altro, è in libreria con “Le ragioni del no. La posta in gioco nel referendum costituzionale” scritto con Armando Spataro (Laterza, 2026). La decisione dell’Ufficio del referendum della Cassazione di ammettere il quesito del Comitato dei 15 volenterosi ha suscitato aspre polemiche da parte della maggioranza. Sono intervenuti sia il Quirinale che il primo presidente D’Ascola per chiedere rispetto della giurisdizione. Che cosa ci dice tutto questo?
Se l’Ufficio del referendum non può neppure riformulare nei termini che ritiene più corretti il quesito referendario (senza peraltro influire sulla data della consultazione) è il caso di spegnere le luci del Palazzaccio e di mandare tutti a casa. Ciò che emerge, per l’ennesima volta, è la pretesa di incondizionata obbedienza dei magistrati – pm, giudici di merito, Cassazione - ai desiderata della maggioranza. È in questa luce – sinistra – che va letta l’intera vicenda del referendum costituzionale e vanno smascherati quanti sostengono che non ci sono ragioni di temere per l’indipendenza dei magistrati.
Non è la prima volta che emerge il fastidio per decisioni sgradite. Era stato Salvini nel caso Diciotti ad attaccare le Sezioni Unite Civili e Meloni si lamenta di una mancata collaborazione della magistratura con le forze di polizia.
Se permette lascerei da parte Salvini che su questi temi è ormai come un disco rotto che ripete frasi incommentabili razionalmente. Alla Presidente del Consiglio invece ricorderei che la magistratura non ha bisogno delle sue esortazioni e delle sue direttive per “fare la sua parte” nel contrasto della violenza e dell’eversione. Considero grave che - incurante del suo ruolo - la premier stia facendo una personalissima campagna referendaria traendo spunto da ogni caso di cronaca controverso e difficile per additare la magistratura alla riprovazione della collettività. Negli anni in cui la Meloni si è politicamente formata circolavano film di quart’ordine del tipo “la polizia arresta, i giudici liberano”. Allora erano film spazzatura oggi sono gli argomenti delle massime cariche politiche del Paese. Non lo considero un progresso.
Il Ministro Nordio in una intervista al Corriere della Sera di sabato scorso ha ammesso che la nuova Alta Corte “potrà sanzionare i magistrati che esorbitano dal loro ruolo. Oggi i magistrati che vanno in piazza o ai comizi elettorali sono tutelati da una giustizia domestica”. Non bisogna salvaguardare l’apparenza?
Che la giustizia della Sezione disciplinare sia tutt’altro che “lassista”, “perdonista”, “domestica” (nel senso deteriore del termine) lo dicono le statistiche. Da ultime quelle - a tutti liberamente accessibili sul web – pubblicate in un articolo di Roberto Fontana su Questione Giustizia on line del 3 febbraio 2026. Altro discorso è quello che riguarda la giurisprudenza della Sezione disciplinare che ha sin qui giustamente salvaguardato la libertà di parola e di partecipazione alla vita della “città” dei magistrati, quando vengano esercitate in forme corrette, equilibrate, non faziose, ispirate al dialogo ed all’ascolto. Su questo terreno gli scontri di principio resteranno durissimi; e le assicuro che non prevarranno né la mordacchia né le impostazioni liberticide.
Purtroppo ormai il dibattito si è spostato dal testo al contesto. E soprattutto sui social dove qualche suo collega arriva a paragonare quanto sta accadendo negli Stati Uniti con gli arresti dell’Ice a quello che potrebbe accadere in Italia con l’approvazione della riforma. Non le sembra un paragone esagerato?
In questa campagna referendaria tutto è ormai “troppo” esagerato. Per parte mia resto fermo alla esigenza di rispondere alle deformazioni dei fatti, agli insulti, alle invettive con “un instancabile esercizio di ragionevolezza”.
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