Il sì bipartisan di Pera e Salvi
Valentina Stella Dubbio 6 febbraio 2026
Un sì bipartisan al referendum sulla separazione delle carriere, come lo fu nel 1999 quello per l'approvazione parlamentare della riforma dell'articolo 111 della Costituzione, che introdusse nella Carta il principio del giusto processo. A lanciare l'appello sono stati ieri Marcello Pera e Cesare Salvi. Il primo ex presidente di Palazzo Madama con Silvio Berlusconi, oggi senatore di Fratelli d’Italia. Il secondo ex ministro nei governi D’Alema e Amato. Entrambi, come li ha definiti qualcuno ‘reduci del 111’, riuscirono ventisette anni fa, da schieramenti opposti, a portare a casa la modifica costituzionale a favore di un contraddittorio tra le parti da svolgersi in condizione di parità, davanti ad un giudice terzo e imparziale. I due, durante il convegno “Le ragioni del Sì”, nella sala Zuccari del Senato, hanno chiamato a raccolta esponenti della destra e della sinistra (come Stefano Ceccanti e Claudia Mancina, di cui vi diamo conto in altro articolo del giornale di oggi) favorevoli trasversalmente alla riscrittura dell’ordinamento giudiziario, targata Nordio. «Io e Salvi – ha detto Pera nell’introduzione – siamo politicamente figli del ’99 e animati ancora dallo stesso spirito: risolvere un problema di garanzie» grazie alla separazione delle carriere. «Anche allora, come oggi, il clima politico non era dei migliori – ricorda il filosofo prestato alla politica – ma riuscimmo a tenere tutto fuori dalle nostre stanze e a portare a casa il risultato. Fu una riforma praticamente unanime, tanto che non ebbe bisogno di un referendum. Questa volta le cose sono andate diversamente e ci troviamo in una campagna molto aspra». Ha poi concluso: «Trovo molto grave la posizione dell’Anm che si è trasformata in un partito politico». Ha preso poi la parola Salvi: «È una riforma garantista e il garantismo non è né di destra né di sinistra: questa riforma è il seguito dell'introduzione della legge sul giusto processo. Chi sostiene che sia un attacco alla indipendenza della magistratura o non ha letto il testo o dice una menzogna». E sul sorteggio per il Csm: «qui ha ragione Grillo, “uno vale uno”». Poi fino alle 14:30 hanno preso la parola i vari relatori. Quasi tutti a proporre la chiave di lettura ritenuta migliore per far comprendere ai cittadini l’importanza del voto del 22 e 23 marzo, partendo dalla premessa che, come sottolineato da Antonio Baldassarre, «siamo in una fase difensiva della campagna, impegnati solo a smentire le fake news che arrivano» dal fronte del No. Da qui la proposta di puntare su questo messaggio: «L’unione delle carriere appartiene agli Stati autoritari. Va detto con decisione, senza timidezze». È poi intervenuto pragmaticamente Nicolò Zanon (una lunga intervista la trovate sulle altre pagine del nostro giornale di oggi): «bisogna portare il maggior numero di persone a votare. Una cosa è dirsi nei sondaggi favorevoli alla riforma, altra cosa è uscire di casa e andare al seggio». Come? «Liberare il Csm dal controllo delle correnti: è un argomento che può invogliare anche l’elettorato moderato». Invece per Ferdinando Adornato, bisogna dire: «Basta con l’Italia del No, dalle infrastrutture alle iniziative per lo sviluppo economico passando per la giustizia». Mentre per Nicola Latorre l’arma giusta è quella di «insistere sull’importanza di votare Sì per garantire i diritti dei cittadini, soprattutto di quelli delle fasce meno protette della società, abbandonando lo scontro tra politica e magistratura». Qualora la battaglia verrà persa a delineare lo scenario è stato Gaetano Quagliariello: «Se vince il Sì, la politica potrà fare a meno di inseguire la magistratura sul piano del populismo, se vince il No avremo un’altra grande stagione di populismo». A tirare le somme ci ha pensato Giorgio Spangher, presidente del Comitato del Sì del Partito radicale: «oggi (ieri, ndr) abbiamo fatto analisi sofisticate, qui dentro è chiaro che tutti votiamo Sì, ma ora dobbiamo convincere i cittadini. Come? Facendo comprendere loro che il cittadino che entra in un’aula di tribunale deve capire chiaramente chi è il giudice e chi è il pubblico ministero». Il rischio che l’emerito di procedura penale ha voluto sevidenziare è che l’intellettuale possa restare fuori dal dibattito dove, ha auspicato Umberto Ranieri, «si torni a parlare del merito della riforma». Tuttavia al momento prende sempre più spazio la propaganda, su entrambi i fronti, come ha ammesso Giorgio Tonini nel ricordare la «strampalata» tesi per cui «occorre votare Sì così le toghe rosse non libereranno più gli arrestati». Marcello Pera, in chiusura dei lavori, ha accolto l’appello del suo vecchio amico Spangher: «adesso occorre tradurre tutto questo per gli elettori in questo secondo tempo della campagna». Proprio ieri un sondaggio dell’Istituto 'Only Numbers' (Alessandra Ghisleri) per ‘Porta a Porta’ dà i Sì al 52,5 per cento e in No al 47,5 per cento. In pratica ai contrari alla riforma bastano due punti e mezzo per raggiungere il pareggio.
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