Intervista a Nello Rossi

 Valentina Stella Dubbio 9 novembre 2026

Nello Rossi, direttore di Questione Giustizia, la gip di Milano Landoni non ha convalidato il fermo per Siher. La stessa gip ha firmato un anno fa un appello di “Giuristi per Gaza”. Da destra l’hanno attaccata per mancanza di imparzialità. Che ne pensa?

Nella foga di sollevare un polverone, a “destra” non si sono accorti che l’appello di Giuristi per Gaza era stato firmato anche dalla pm Francesca Crupi che aveva chiesto l’applicazione della misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di Siher. Un dato, questo, che ha reso plasticamente evidente che la firma di quell’appello non ha minimamente influito sulle determinazioni - opposte - delle due magistrate, che si sono fondate su di una diversa valutazione del caso e non su posizioni pregiudiziali. È l’abc della giurisdizione. E quando lo si ignora si fanno figuracce come è accaduto ai cronisti che hanno propinato ai lettori come una ghiotta scoperta un’autentica “bufala”. Del resto quell’appello che ora, sempre a destra, si tenta di demonizzare è stato firmato da 3135 tra magistrati, avvocati e docenti in un momento in cui l’intera popolazione di Gaza era alla fame e contiene un richiamo ai valori della Costituzione repubblicana ed allo Statuto della Corte penale internazionale. Quella Corte che Trump e Rubio bollano, con brutalità e con disprezzo per il diritto internazionale, come un organismo canaglia da cancellare e che Putin vuole reprimere facendo condannare dai “suoi” giudici a quindici anni di carcere il vice presidente del collegio, l’italiano Rosario Salvatore Aitalia, colpevole di aver firmato il mandato di arresto nei suoi confronti per crimini di guerra.  

Nella coppia concettuale “impegno civile” e “imparzialità”, qual è il valore preminente da garantire per un magistrato?

Diciamolo subito: senza attesa, senza speranza, senza pretesa di imparzialità non c’è possibilità di giustizia. I cittadini accettano di farsi giudicare dai magistrati non perché questi siano più intelligenti, più capaci, più colti, più saggi di loro (giacchè spesso non lo sono affatto) bensì per l’aspettativa di trovarsi di fronte a giudici imparziali, capaci di chinarsi sul loro caso senza pregiudizi o vincendo i loro naturali pregiudizi per adottare decisioni conformi al diritto. Per questo l’attacco all’imparzialità della magistratura è il più insidioso e delegittimante di tutti ed è grave che sia mosso a cuor leggero o pretestuosamente. Consapevole di questo, la Rivista Questione Giustizia ha promosso nel n. 1/2 del 2024 della Trimestrale (intitolato Magistrati: essere e apparire imparziali) un’ampia riflessione collettiva di giuristi ed intellettuali sulla questione dell’imparzialità. È una lettura interessante che può essere fatta da tutti perché la Rivista si legge gratuitamente sulla rete.

Ritiene che sia sufficiente come garanzia di imparzialità per un magistrato che critica le scelte dell’Esecutivo la circostanza che poi assuma un dovere di indipendenza da sé stesso e renda conto mediante la motivazione del provvedimento giurisdizionale dell’effettiva assunzione di quel dovere?

Come è ovvio il magistrato non è l’essere inanimato vagheggiato da Montesquieu, vuoto di idee e di convinzioni, ma una persona immersa nella vita della “città”.  Se anche non avesse idee generali sulla politica e sulla società egli avrebbe comunque “esperienze” di vita – un divorzio difficile, l’essere stato coinvolto in un incidente stradale o vittima di un furto – e potrebbe essere chiamato a giudicare proprio di incidenti stradali, di furti o di separazioni coniugali. L’imparzialità del giudicante non può essere dunque concepita come un dato a priori, un tratto della personalità del magistrato esistente una volta per tutte, ma come un “risultato” da raggiungere, di volta in volta nello svolgimento dell’attività giudiziaria. In altri termini l’imparzialità è la più alta prestazione professionale del magistrato, frutto di una consapevole “tensione” verso l’obiettività all’atto del decidere realizzata da chi è in grado di fare la tara alle proprie convinzioni per garantire la corretta applicazione del diritto nel caso concreto.

Ma non c’è anche l’esigenza che i magistrati appaiano imparziali?

La giusta esigenza di garantire anche l’“apparenza” dell’imparzialità non può esaurirsi nell’elogio del silenzio e della ipocrisia ma riguarda soprattutto il “come” un magistrato si comporta nel processo o prende la parola in pubblico e partecipa alla vita collettiva.  In particolare quando è un magistrato a prendere la parola o a scrivere per il grande pubblico, il cittadino ha il diritto di attendersi che il suo potenziale accusatore o giudice parli e argomenti in modo chiaro e comprensibile; che partecipi al discorso pubblico come un attore razionale, capace di ascolto degli argomenti altrui e di repliche meditate; che non prorompa nell’urlo fazioso, nell’invettiva, nella semplificazione magari brillante ma brutale e fuorviante. È il rispetto di questi criteri di misura, di sobrietà, equilibrio, ragionevolezza e disponibilità al dialogo ed al confronto nella vita pubblica che vale a preservare, meglio di ogni silenzio, astensione o mascheramento, la credibilità e l’immagine di imparzialità dei magistrati.

Secondo lei un immigrato che dovesse essere giudicato da un magistrato che ad esempio sui social firma un appello per la remigrazione dovrebbe comunque sentirsi sicuro ad essere giudicato da quel giudice?

Ho visto giudici conservatori tutelare con rigore ed intelligenza i diritti di tutti - cittadini e migranti – quando tali diritti siano riconosciuti dalla legge. E poi non bisogna dimenticare che sentenze sbagliate o frutto di prevenzione possono e debbono essere sottoposte a critica nel dibattito pubblico e nelle impugnazioni. L’ordinamento giuridico ha i suoi anticorpi contro le patologie.

La vittoria al referendum costituzionale Nordio ci ha restituito una magistratura sempre più engagé con la società civile. Dall’altra parte abbiamo suoi colleghi che vorrebbero un magistrato solo espressione della “bocca della legge”. Dov’è il giusto? 

Lasciamo da parte il mito stantio ed ingannevole del magistrato bocca della legge tramontato da decenni e parliamo dell’oggi e dei suoi problemi. Un editoriale di Questione Giustizia scritto solo qualche ora dopo aver conosciuto l’esito referendario reca un titolo significativo: “Come è stata vinta una battaglia persa. Ma ora nessuna miope esultanza corporativa”. Dopo la vittoria del no nel referendum, la magistratura - che è una realtà riflessiva - dovrà ragionare a lungo tanto sulla vicenda istituzionale che si è chiusa quanto sui molti problemi della giustizia che restano aperti ed irrisolti. Il referendum ha distolto l’attenzione dai temi cruciali della giurisdizione: la lunghezza dei processi penali e civili, la farraginosità delle procedure, i ritardi nell’innovazione tecnologica, le questioni del personale. È ora di tornare a lavorare in queste direzioni facendo proposte ed accettando il confronto aperto sulle cose che nella giustizia non funzionano e che devono essere cambiate. 

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