Recensione Amore in gabbia
Valentina Stella dubbio 13 agosto 2025
“L’Amore in gabbia - La ricerca della libertà di un reduce dal carcere” è la nuova opera letteraria della giornalista Donatella Stasio, per Castelvecchi Editore. Nelle 182 pagine, dietro al romanzo biografico di un ex detenuto di nome Gianluca, l’autrice, che da decenni approfondisce i problemi dell’esecuzione penale, fa una denuncia chiara e severa dell’attuale sistema di detenzione ma in generale della difficoltà del nostro Paese a garantire diritti fondamentali, soprattutto ai più fragili. Attraverso un rapporto epistolare ed incontri vis a vis con Gianluca, Stasio si pone l’obiettivo di far capire al lettore cosa significhi “tenere in gabbia, insieme al corpo, anche la mente e il cuore, chiudere tutto a doppia mandata e buttare la chiave. Dentro, ma anche fuori dal carcere”. Un proposito coraggioso quello dell’ex responsabile dell’Ufficio stampa della Corte Costituzionale: in un momento in cui la maggioranza degli italiani continua ancora a pensare che il carcere sia una cantina sociale dove rinchiudere le cose – in questo caso esseri umani – che non ci servono più e in cui un terzo degli elettori è a favore della pena di morte, il libro della Stasio si pone valorosamente in controtendenza rispetto al sentire popolare. E lo fa raccontando proprio la vita di Gianluca. L’uomo è cresciuto nel vuoto affettivo della periferia a nord-ovest di Milano, quella Quarto Oggiaro, tra povertà materiale e silenzi emotivi. A diciassette anni il suo primo ingresso in carcere. Spaccio di droga e detenzione di armi: queste le accuse, e poi le condanne. Da quel dì inizia la lunga storia di un corpo che si ammala: di droga, di violenza, di solitudine. In totale resterà dietro le sbarre per undici anni. Alla fine Gianluca è uno di quelli che ce l’ha fatta, che è riuscito a costruire una vita ‘normale’ dopo quella ‘innaturale’ del carcere. È riuscito a riemergere da quella apnea di libertà e diritti, quale quello all’effettività. Eh già, perché Gianluca non ha potuto vivere l’amore fisico con le sue fidanzate dietro le sbarre. A lui, come alle tante migliaia di detenuti, non è restato che procurarsi da sé il piacere. “Quando mi masturbavo - dice senza filtri Gianluca - era una sorta di rituale, dovevo essere sicuro di non offendere nessuno, pensavo principalmente alla mia compagna, se ce n’era una, fare l’amore con lei era plausibile, così mi sembrava di essere meno sporco agli occhi di tutti – detenuti, guardie e anche miei. Raggiunto l’orgasmo mi sentivo in colpa comunque. Calava quella tensione sessuale e mi cedevano le gambe”. Ma l’amore in carcere non è solo una questione privata ma è anche politica, sottolinea Stasio ricordando come «il carcere che funziona è quello che produce libertà, come usava dire Alessandro Margara. E la libertà sta dentro i corpi, le menti e i cuori». Ciononostante, scrive la giornalista nel suo libro, «in carcere, l’intimità, l’affettività, la sessualità non sono considerate espressioni della personalità umana, tanto meno un diritto. Sono un lusso, addirittura un privilegio, e chi ha violato la legge – dal mafioso al ladruncolo, dal tossicodipendente allo straniero, dal detenuto di Alta sicurezza a quello comune – non ha diritti né privilegi né lussi, non merita niente, neppure di respirare». E poi, riferendosi alle dichiarazioni passate Delmastro Delle Vedove sui nuovi blindati della polizia penitenziaria, Stasio scrive: «E che “intima gioia”, che godimento questa mancanza d’aria, specie per i “più pericolosi”, abbiamo sentito dire da un sottosegretario alla Giustizia del nostro governo. Perciò, ben venga anche la desertificazione affettiva del carcere! E pazienza se la Corte costituzionale ha detto che invece non va bene». E come sappiamo è lontanissima in tutti gli istituti di pena la messa in posa di questo nuovo diritto sancito dalla Consulta. Stasio, infine, volge lo sguardo agli diritti negati, pure oltre le sbarre: «“in gabbia” vengono tenuti anche altri diritti di libertà riconosciuti dalla Corte costituzionale ma sgraditi alla maggioranza: il diritto al suicidio assistito in presenza di determinate condizioni; il diritto dei figli di coppie omogenitoriali di essere riconosciuti da entrambi i genitori che li hanno voluti e cresciuti; il diritto delle madri di condividere realmente la scelta del cognome, materno o paterno, da attribuire ai figli, fin dalla nascita, e, in caso di disaccordo, di assegnare loro il doppio cognome. Diritti, questi ultimi, che presuppongono anch’essi un’educazione all’affettività, purtroppo impossibile in presenza di un potere pervasivo che punta a imporre le proprie posizioni ideologiche».
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